Effie la sfrontata, la sboccata, la squattrinata Effie vive in un Galles di periferia, a sud di Cardiff, nel quartiere di Splott, dove conduce un’esistenza irregolare senza progetti, senza futuro.
Vive di niente Effie; qualche spicciolo dall’assistenza sociale e i soldi che, tra un litigio e un altro, la nonna le lascia sul tavolo sbattendo la porta.
Come in un film di Ken Loach, Effie è una dei tanti relitti di umanità ai margini a cui nessuno si interessa, tranne per dare distrattamente un’occhiata al suo bel fondoschiena.
La sua identità Effie la cancella tutte le sere distruggendosi di alcol: sotto botta alcolica, il mondo grigio e ostile non esiste più. “Compagni di sbronze” di questa creatura suburbana sono la coinquilina Leanne e Sacha, l’amico un po’ sciocco con cui scopa senza fantasia e senza amore.
E se fosse proprio l’Amore a cambiare la sua vita? Un incontro, in una notte alcolica e folle, un uomo diverso dagli altri, un soldato tornato dall’Afghanistan, segnerà l’inizio di una trasformazione. Questa buffa e sguaiata crisalide dimostrerà a se stessa di poter essere migliore di come è stata fino ad allora. Anche se nulla è come sembra, anche se altri colpi di scena ribalteranno ancora una volta la rotta, Effie non sarà mai più la stessa.
IFIGENIA IN CARDIFF di Gary Owen (dall’originario Iphigenia in Splott), è un delirio monologante denso di lucidità che si rivela a poco a poco, ribaltando gli equilibri del senso comune e scardinando moralismi e perbenismi vari, con il suo attacco sferrato in pieno viso contro l’ipocrisia della società e di una politica dell’austerity che finisce per stringere la morsa sempre sui soliti noti: i più deboli.
Con un linguaggio abrasivo pieno d’ironia tagliente, Owen affonda il coltello nelle maglie sconnesse della contemporaneità, consegnandoci il ritratto al vetriolo di una Ifigenia moderna che non ci sta ad essere la vittima sacrificale di un sistema già scritto, reagisce, si oppone al fato che la vorrebbe vendicativa e miope, con un inaspettato, gratuito e sconcertante atto di compassione.
Davanti ai fallimenti del nostro tempo, Effie non è di certo un capro espiatorio ma testimone ferale e voce d’accusa contro un potere che, con la sua ingombrante ingordigia, divora le vite degli altri.
A questa “nuova” Ifigenia dà corpo e voce Roberta Caronia, in una prova estrema e perturbante, dentro uno spazio dove nulla dovrà distrarci dalla “passione” laica squadernata in una via crucis che si dipana dentro un paesaggio che di greco non ha più niente: locali oscuri, spiagge devastate, fabbriche che sembrano astronavi schiantate, montagne di metallo, binari di treno che non portano più a nulla, gru, tubi, cataste di ciminiere, ospedali labirinto, pony selvaggi, pneumatici scoppiati, elicotteri che rombano forte sulle teste, water abbandonati, rovine di case, lastre di cemento come lapidi, vetri che scintillano alla luna.
Roberta Caronia si è aggiudicata, per questa interpretazione, nel 2017, il XIII Premio Virginia Reiter.
La motivazione con cui la giuria presieduta dal nuovo presidente Ennio Chiodi e composta da Rodolfo Di Giammarco (la Repubblica), Gianfranco Capitta (il Manifesto), Maria Grazia Gregori (l’Unità) e Maurizio Porro ha decretato la vittoria dell’attrice recita: “Tra le varie ossessive e alterate identità che hanno messo in luce il talento nevrotico di Roberta Caronia c’è in particolare un percorso di giovani figure classiche (Ismene, Antigone, Ermione) che porta fatalmente alla via crucis di una Ifigenia contemporanea, ritratto di un’emarginata del Galles che ha fatto deflagrare la sua ossessione corporea e un suo straordinario flusso di coscienza in “Ifigenia in Cardiff” di Gary Owen (in origine “Iphigenia in Splott”) con regia di Valter Malosti, che l’aveva anche diretta in un’acuminata versione siciliana del “Berretto a sonagli” di Pirandello. Avendo lei già mostrato un suo ben forte carattere nella “Clitennestra” di Vincenzo Perrotta, in “The Coast of Utopia” di Stoppard, e nei panni della coraggiosa Rita Atria de “Il mio giudice” di Maria Pia Daniele, facendo buon uso della formazione con Piotr Fomenko e Nicolaj Karpov”.
Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale nel giugno 2017 all’interno della XXII edizione del Festival delle Colline Torinesi.
Il primo studio è stato presentato a dicembre 2016 nell’ambito della rassegna Trend – Nuove frontiere della scena britannica di Roma
Scarica la scheda artistica di IFIGENIA IN CARDIFF
QUI un estratto di rassegna stampa su IFIGENIA IN CARDIFF
IFIGENIA IN CARDIFF
(Iphigenia in Splott)
di Gary Owen
traduzione Valentina De Simone
con Roberta Caronia
regia di Valter Malosti
luci Francesco Dell’Elba
produzione Teatro di Dioniso
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Nicoletta Scrivo | Teatro di Dioniso
organizzazione@teatrodidioniso.it | nicolettascrivo@gmail.com
www.teatrodidioniso.it | +39 335 6706269
Dedicato a Paolo Ambrosino
ESILIO racconta la storia di un uomo come tanti al giorno d’oggi, un uomo che ha perso il suo lavoro. Quest’uomo, interpretato da Serena Balivo en travesti (Premio Ubu 2017 nella categoria “Nuovo attore o attrice under 35”), insieme al suo lavoro, gradualmente perde un proprio ruolo nella società fino a smarrire la propria identità, fino a sentirsi abbandonato e solo seppure all’interno della sua città, fino a sentirsi finalmente costretto a chiedersi come e perché è finito in tale situazione. E così gli spettatori possono partecipare al goffo e grottesco tentativo di quest’uomo di venire a capo della situazione dialogando con se stesso, con la sua coscienza forse, con la sua anima o magari con le sue ossessioni.
Lo spettacolo, con drammaturgia originale e centrato sul lavoro d’attore, cerca di offrire a ogni spettatore una riflessione sul nostro presente. I linguaggi scelti sono quelli del surrealismo e dell’umorismo perché lo spettacolo possa offrire a ogni spettatore visioni della vita di tutti noi in una forma trasfigurata che ne evidenzi le contraddizioni e suggerisca qualche interrogativo su questo nostro modo di vivere.
ESILIO è il secondo passo della “Trilogia della Fine del Mondo” ideata nel 2010 da Mariano Dammacco e in corso di realizzazione a opera della Piccola Compagnia Dammacco. Il primo passo è stato lo spettacolo L’ultima notte di Antonio prodotto da Piccola Compagnia Dammacco e Asti Teatro nel 2012, con la collaborazione di Campsirago Residenza e di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino. Il terzo passo della Trilogia è in programma per il 2018 con la realizzazione di uno spettacolo intitolato La buona educazione.
L’arboreto Edizioni ha pubblicato il libro “ESILIO” di Mariano Dammacco. Il libro comprende la drammaturgia integrale dello spettacolo, le illustrazioni originali di Stella Monesi e un apparato critico in forma di conversazione tra Mariano Dammacco, autore, Serena Balivo, attrice, e Gerardo Guccini, docente di Drammaturgia presso l’Università di Bologna e attento osservatore delle interazioni fra testo e spettacolo sia nelle esperienze storiche che in quelle contemporanee.
Serena Balivo vincitrice del Premio Ubu 2017 nella categoria “Nuova attrice o
performer”
Spettacolo vincitore Last Seen 2016 (miglior spettacolo dell’anno su Krapp’s Last Post)
Spettacolo vincitore del Primo Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria 2017
Spettacolo finalista al Premio Rete Critica 2016
Spettacolo finalista al Premio CassinoOFF 2017
Spettacolo Selezione In box 2017
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Qui un estratto di rassegna stampa di ESILIO
ESILIO
con
Serena Balivo e Mariano Dammacco
ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco
con la collaborazione di Serena Balivo
cura dell’allestimento Stella Monesi
luci Marco Oliani
produzione Piccola Compagnia Dammacco
con il sostegno di Campsirago Residenza
con la collaborazione di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino e di Associazione CREA/Teatro Temple, Associazione L’Attoscuro
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Nicoletta Scrivo | Teatro di Dioniso
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In un’ora è magicamente condensata, attraverso un fitto dialogo tra voce e musica, la traiettoria di vita di Anna, cui dà voce e corpo Irene Ivaldi. Al violoncello Lamberto Curtoni esegue composizioni russe e partiture originali. La cura del progetto è di Valter Malosti che ha adattato per il teatro la splendida e recentissima traduzione di Claudia Zonghetti edita da Einaudi.
La società pietroburghese di cui Anna Karenina fa parte è di fatto una cerchia ristretta di persone che obbediscono, in maniera diversa, a ferree regole di convenienza. Anna è bella, brillante, ancora giovane, animata da un’ansia di vita che le impedisce di sentirsi appagata da un ménage familiare privo di sorprese. L’incontro con il giovane Vronskij -ricco, intelligente, nobile, avviato a una felice carriera nell’esercito-, è deflagrante per il futuro della donna. Per lui Anna rinuncerà a vedere il figlio che ama, a godere degli agi del milieu dal quale erroneamente crede di essersi affrancata e che invece le sta erigendo intorno un muro di ostilità e di risentimento che la porteranno alla disperazione.
Anna muore per mancanza di libertà.
Somiglia a uno splendido uccellino in gabbia che, ben curato, nutrito, ammirato, inizia a illudersi di poter vivere al di là delle sbarre. Scappa dalla voliera, si inebria di un’aria diversa. Ma proprio quando spiega le magnifiche ali per librarsi, si accorge di non poter volare.
Anna vorrebbe che l’amore –corrisposto- per Vronskij non fosse contaminato dalle leggi che regolamentano i rapporti ordinari: per questo inizialmente rifiuta l’offerta di divorzio che il zelante marito le offre. Non vedere il figlio le procura un dolore indicibile, le pagine che Tolstoj dedica all’incontro segreto tra Anna e il suo piccolo Serёža sono strazianti.
Anna è sincera e vuole esserlo ad ogni costo. Non potendo emanciparsi dal senso di colpa, intuendo che anche la colpa in fondo è frutto di un condizionamento sociale, adotta un modus vivendi apparentemente sfrontato ma in realtà estremo, moralistico, cercando la sincerità e la trasparenza nella propria condotta. Non ama la figlia che ha avuto dall’amante e non fa nulla per nasconderlo, sfida la società mostrandosi a teatro –il luogo emblema della finzione e nel contempo dello disvelamento della propria interiorità-. Ma non è forse anche la sincerità una convenzione? Non esiste solo in rapporto alla menzogna?
Anna comincia a essere prigioniera di sé stessa.
Teme che l’amore di Vronskij stia venendo meno, è sempre più gelosa, probabilmente invidiosa: all’uomo è concessa l’evasione anche grazie al lavoro mentre alla donna no. Il ritmo del suo pensiero è più veloce, le frasi sincopate, quello che urla non è poi diverso da ciò che direbbe una qualsiasi donna gelosa, le parole si fanno singhiozzi, singulti, sbuffi veloci di un treno che non si ferma, che non si fermerà neanche quando Anna sarà riversa esanime sui binari. Perché il romanzo, come il treno impietoso, non finisce qui. Sarà la storia di Levin, il cui destino è intrecciato a quello della Karenina, a ridare fiato e tempo al lettore. Tanto sapevamo già come sarebbe finita Anna, lo sapevamo da molto prima di leggere il libro. Ce l’avevano detto amici, scrittori, giornali, recensioni, che Anna sarebbe morta. Ed è una delle prime confidenze che fa al lettore, che c’è un “brutto segno” da interpretare, e che la sua vita da quel momento in poi sarà una corsa a braccia spalancate, gonfia di vita e di risolutezza, verso la realizzazione di un presagio funesto.
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ANNA KARENINA
da Lev Tolstoj
in scena Irene Ivaldi
traduzione di Claudia Zonghetti, gentilmente concessa da Einaudi editore
adattamento teatrale e regia Valter Malosti
musiche eseguite dal vivo al violoncello da Lamberto Curtoni
musiche originali di Lamberto Curtoni
musiche di repertorio di Prokofiev, Gubaidulina, Weinberg, Russian folk songs trascritte per violoncello da Lamberto Curtoni
luci Michele Abrate
produzione Teatro di Dioniso in collaborazione con Cumpagnia du Servu, Festival Internazionale di Musica da Camera di Cervo
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Nicoletta Scrivo | Teatro di Dioniso
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due testi inediti per le scene italiane di Alan Bennett
con Michela Cescon , regia Valter Malosti