MOI. DEDICATO A CAMILLE CLAUDEL

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domenica 5 aprile 2020 | Diavolo Rosso | h. 19.00
di Chiara Pasetti, con Lisa Galantini  regia  Alberto Giusta

Personaggio straordinario, Camille Claudel, è stata una scultrice di grandissimo valore; nell’immaginario collettivo però il suo nome vive raramente di vita propria essendo spesso unito a quello di Auguste Rodin, scultore di chiara fama, di cui Camille fu collaboratrice oltre che la grande passione di una vita.
Sempre accostata alla figura di un uomo, prima di suo fratello, il poeta e scrittore Paul Claudel, poi di Rodin, Camille non aveva bisogno di nessuna figura maschile per scintillare: sin da giovanissima fu attratta dalla scultura e si cimentò con l’argilla, modellandola e producendo piccole sculture, molto apprezzate dal padre che la sostenne per tutta la vita in questa sua inclinazione artistica che Camille riuscì a trasformare in un vero e proprio mestiere.

MOI. DEDICATO A CAMILLE CLAUDEL mostra in tutta la sua virulenza il predominio di una società maschilista che pur di fronte alle sue evidenti doti artistiche  preferì relegarla nella scomoda posizione di amante, conducendola, lentamente, lungo una china di povertà e isolamento che sfociò nell’internamento e nel sostanziale abbandono da parte  tutti: Camille attraverso il racconto lucido della sua vita e le parole delle sue lettere -senza mai risposta- inviate a fratello e madre,  dichiara la sua totale distanza da una società non disposta a tollerare  l’affermazione artistica e intellettuale di una donna  abile, coraggiosa e con un preciso senso di sé.

Provvista di una capacità non comune di modellazione e di una forza d’animo e caparbietà notevoli, intraprese la sua carriera di scultrice e, grazie al talento di cui era ricca, riuscì ad affermarsi ritagliandosi uno spazio d’azione inedito e non piccolo nell’arte.
Dopo un lungo periodo di lavoro  a fianco di Rodin, che sin da subito intravvide in lei l’assoluto talento – famosa è la sua frase le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo –, e dopo che il suo valore artistico venne riconosciuto pubblicamente, Camille si trovò a dover fronteggiare il periodo peggiore della sua vita: a causa di un senso di abbandono e solitudine che l’accompagnò per tutta la vita -e in cui la madre ebbe buona parte di colpa- e alla delusione per l’abbandono di Rodin, venne fatta internare in manicomio dove visse per circa trent’anni e dove trovò la morte.

Sottolinea Chiara Pasetti “Conoscevo Camille Claudel soltanto, e ora di questo me ne vergogno, per essere stata l’allieva, la modella, la “musa” e la grande passione dello scultore Auguste Rodin. Quando, nel 2013, ho visto le sue sculture in una mostra realizzata nell’ospedale psichiatrico di Montfavet, vicino ad Avignone, dove fu internata trent’anni e dove terminò i suoi giorni nel 1943, ho capito davvero chi è stata Camille Claudel: un’artista di grandissimo talento, che ha vissuto esclusivamente per la sua arte.
Mi sono accostata alle sue opere con ammirazione e passione, e alla sua vita (e alla sua morte) con un misto di rispetto e di rabbia per ciò che ha subito. Ho deciso così di raccontare la sua storia; grazie alla regia intelligente, acuta e sensibile di Alberto
Giusta e all’interpretazione caleidoscopica di Lisa Galantini ho cercato di ridare voce a questa complessa, emozionante, straordinaria figura di donna.

Alberto Giusta nelle note di regia illustra il suo ‘incontro’ con Camille: “Considero un privilegio oggi incontrare un personaggio come Camille Claudel. Non la conoscevo. Come ho fatto a essere così cieco e sordo! Una donna unica nella sua arte e nella sua umanità. Di lei ci si innamora quasi immediatamente. Sono sicuro che aveva delle mani bellissime. E comprendo il povero Rodin che ha bruciato d’amore per lei.
Non è una femmina facile da raccontare. Ci vuole follia e pragmatica lucidità. Incarna quell’universo femminile scomodo perché di talento eccelso. Si muove sul palcoscenico della vita come un animale ruvido e al contempo fragile.
Non si comporta mai da vittima anche se è vittima della società maschilista in cui vive. Sapientemente definita dalle parole dell’autrice  che con originalità la anima, Camille ha trovato in un’interprete come Lisa Galantini i toni e il carattere per renderne concrete e moderne le sfumature.
Semplicità intesa come ricchezza, cura febbrile del particolare al servizio del tutto che diventa sublime è la lezione artistica ed umana che Camille ci regala”.

Lo spettacolo verrà preceduto da un incontro-aperitivo con l’autrice Chiara Pasetti

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  • di Chiara Pasetti
  • con Lisa Galantini
  • regia Alberto Giusta
  • costumi Morgan-Maison Clauds Morene
  • elementi scenici Renza Tarantino
  • produzione Le Rêve et la vie in collaborazione con la Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse di Genova