I GIGANTI DELLA MONTAGNA VOCE SOLA

Dal 22 fino al 25 ottobre al Teatro della Contraddizione (ore 20.30) di via Braida a Milano, Valentina Banci aprirà la stagione teatrale con I giganti della montagna. Voce sola. Un segno importante che nasce da una totale accettazione della «sfida» che la Contraddizione ha lanciato agli artisti: considerare la possibilità di un adattamento, un ripensamento che non snaturi la radice del proprio lavoro, ma al contrario gli dia nuova linfa vitale. Chiedere all’opera di essere se stessa e allo stesso tempo site specific.

Valentina Banci, interprete sensibile e intelligente della nostra scena teatrale (che dalla scorsa stagione collabora con Teatro di Dioniso con cui ha partecipato allo spettacolo la donna leopardo diretto da Michela Cescon, nel ruolo di Ada) si cimenta per la prima volta con un lavoro ideato da lei  e fortemente voluto di cui dice: « Non posso negare che questo progetto sia frutto dei difficili mesi passati a causa della pandemia mondiale che ci ha colpiti e che forse non riuscirà a scalfire il drammatico destino di un mondo sempre più affossato da logiche economiche, un mondo sordo alla voce della Poesia che non riesce più a penetrare nei Bunker di cemento armato che sono diventati i cuori duri di una specie che ha venduto l’anima. Cosa poter dire adesso? Dove trovare le parole? Cosa provare a sussurrare all’orecchio, quali parole possono davvero essere così forti, lucenti, definite da poterci dire, dopo tutto questo? Per me altro non potevano essere che quelle della bellissima ultima opera incompiuta di Luigi Pirandello, I Giganti Della Montagna» .

Così nasce I giganti della montagna. Voce sola.  Un lavoro che Valentina Banci ha presentato per la prima volta quest’estate in una location esclusiva e di incredibile suggestione: le cave di marmo verde di Figline di Prato. Ed ora lo spettacolo è pronto per approdare in palcoscenico.

C’è uno strano essere, né donna né uomo, che arriva come da epoche altre, né lontane né vicine sul palco vuoto, e forse ci aspetta lì da sempre, dove siamo andati ad ascoltarlo, in Teatro, luogo finalmente ritrovato; che proprio nel momento in cui ce ne hanno allontanati abbiamo capito essere necessario, essere davvero il luogo dell’anima perduta, del dialogo con le stelle, della forza dell’utopia. Questo strano Signore/Signora porta in sé tutti i ruoli del testo pirandelliano: li ha nel cappello, nella manica della camicia, nella giacca dello smoking, in uno strano bastone dalle mille voci; e come un Mago che ha come unico gioco di prestigio la sua voce e la fantasia, prova a portarci là, nell’incredibile storia raccontata nei Giganti, che proprio oggi nella sua potenza metaforica, pare racchiudere il destino di ognuno di noi. Una compagnia di attori allo sbando, ridotta allo stremo, sopravvissuti al fine di rappresentare un’unica opera, La Favola del Figlio Cambiato, che la gente non comprende, anzi rifiuta e a cui la primattrice ha immolato la propria esistenza per fedeltà alla parola del Poeta che per lei si è tolto la vita, giungono alla villa degli scalognati, luogo al confine della realtà, dove un gruppo di poveri cristi falliti si è isolato da tutto, avendo perso la fiducia nella possibilità di comunicazione con il mondo là fuori, ma non quella della capacità evocativa della fantasia sotto la guida del Mago Cotrone. Andranno infine, attori e Scalognati, a proporre la recita ai Giganti, abitanti della montagna vicina, simbolo degli invisibili padroni del mondo che manipolano masse acritiche e corrotte a tal punto da non riconoscere più la bellezza e la poesia fino ad ucciderla, ebbri di vino e furenti d’ira.

Una potente metafora sull’agonia dell’arte che deve cercare spazi isolati per esprimersi, al di fuori della società.

Questa Voce Sola è fantasma tra spiriti della notte, e proprio come Ilse, l’attrice del dramma, non si stanca di portare la poesia tra gli uomini, forse senza nessuna speranza di salvezza; dove non si salvano né gli scalognati, né gli attori, né il popolo stesso, né tantomeno i Giganti, produttori di soldi accumulati per pochi e simbolo degli invisibili padroni del mondo.

«Un  testo che può dire tutto e il contrario di tutto, ma che mai come oggi è capace di interrogarci sul senso di questo spingere il mondo sull’orlo del baratro; e proprio come il Teatro non si fa carico di darci nessuna risposta, lasciandoci tra le mani solo un grande punto di domanda, sfocia nel finale in una Voce che appartiene al nostro tempo per scrittura, che è la mia, che azzarda una chiusura con un grido disperato e libero e politicamente scorretto come un cazzotto ben assestato, urlando idealmente il diritto a vivere di ogni talento, al di là dell’onnipotenza assassina con cui il potere decide della vita o della morte di chi gli è gradito. » (Valentina Banci)